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FIGHT CLUB (1999) DI DAVID FINCHER

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fightclub.jpgRiprendiamo il viaggio, lungo strade di cellulosa, strade che ci portano ogni volta in mondi, paesi, paesaggi e tempi diversi, al fianco di uomini e donne dalle più svariate condizioni fisiche, sociali etc.

Il cinema, in fondo, è tutto questo, una varietà pressoché infinita di storie che appagano la fantasia degli spettatori, o più spesso la supera.
Riprendiamo il viaggio per parlare di un film recente, un film americano che parla della disillusione di fronte allo smantellamento del sogno americano. Un film generazionale che usa la messa in scena della violenza e del terrorismo, mostrandoli come la via maestra verso una purificazione, un karma dal quale l’attuale società del mondo occidentale non può prescindere se vuole salvarsi.
Il film in questione è Fight Club (2000) del regista americano David Fincher. La sceneggiatura si basa sull’omonimo libro di Chuck Palhaniuk, un autore di culto, balzato alla ribalta del grande pubblico con il libro Invisible Monster (1999). Fight Club è uno dei pochi esempi di perfetto connubio tra romanzo e la sua trasposizione cinematografica. La pellicola segue alla perfezione il libro, nelle vicende, nei dialoghi, nei ritmi, come se fosse la sceneggiatura vera e propria.
Ed il ritmo è serrato, le vicende personali dell’anonimo protagonista (Edward Norton), s’impennano di scena in scena, portandolo da un iniziale banale problema di insonnia, ad un’ossessione per tutto ciò che serve per poter essere riconosciuto come “rispettabile” agl’occhi degli altri, ad un’assidua frequenza di tutti i gruppi di mutuo aiuto che riusciva a seguire. Questo lo aiuta a dormire finché non incontra un’altra malata fasulla come lui, Marla Singer (Helena Bonham Carter) che gli impedisce, con la sua presenza, di godere a pieno della sofferenza degli altri.
Ma il protagonista fa un altro incontro che gli rivoluzionerà la vita, Tyler Durden (Brad Pitt). Tyler lo trascina in un mondo a lui sconosciuto, fatto di essenzialità, libertà da tutte le maschere sociali alle quali sembra non si possa fare più a meno. Tyler lo fa riflettere sull’assurdità di avere stampato un nome sulle proprie mutande, sull’idiozia del dover rincorrere la ricchezza da usare per poter vestire in un certo modo e per arredare la propria casa seguendo i crismi del design più estremo. Ma Tyler sa offrire al protagonista, come alternativa alla società attuale, solo l’autodistruzione, concetto già caro a tutto il movimento della musica grunge che portò al suicidio del suo messia, Kurt Cobain, nel 1994.
Ed il paragone tra questo film e l’ultima rivoluzione del rock ci sta tutto; Fight Club, dal punto di vista concettuale, può essere definito grunge. D'altronde il film rispecchia l’evoluzione e il declino che quel movimento visse nella prima metà degli anni ’90. La nascita dei Fight Club è da paragonarsi a quella dei primi successi discografici di quel movimento; il finale catastrofico del film è l’esatta trasposizione del suicidio del leader dei Nirvana. Entrambi gli eventi lasceranno strascichi sulle coscienze di chi ha vissuto quella rivoluzione rock, come di chi ha amato, rivisto e sviscerato ogni singolo dialogo di questo imperdibile pellicola.
 

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