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ROSEMARY'S BABY (1968) DI ROMAN POLANSKI

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Rosemarys-Baby-Poster-USA_2.jpgDopo due registi italiani, Rosi e Sorrentino, abbiamo iniziato a conoscere un regista fra i più grandi che la storia della cinematografia ci possa proporre: Roman Polanski.

Polanski è un artista eclettico e con una storia personale che già da sola può essere considerata una sceneggiatura degna di un grande film. 
Non a caso, la sua autobiografia Roman by Polanski (1984), viene ribattezzata da alcuni critici un “libro-uomo” ed il regista un “uomo-libro”, come uno dei personaggi di Farenheit 451 di Bradbury (libro tradotto per il grande schermo da Truffaut). Abbiamo già accennato, nel precedente articolo su Chinatown, all’episodio del 9 agosto 1969, nella sua casa di Bel Air, a Los Angeles, dove perse la vita sua moglie, Sharon Tate, in stato interessante, per mano dei seguaci della setta satanica di Charles Manson. Ma Polanski, già dall’infanzia, dovette affrontare traumi e perdite che lo segnarono nel profondo.
Nasce a Parigi nel 1933 da genitori ebrei polacchi che, nel 1937, decisero disgraziatamente di far ritorno in Polonia, andando incontro alla tragica esperienza dei lager. Il piccolo Roman venne nascosto da una famiglia di contadini mentre i suoi genitori non sfuggirono ai campi di concentramento. Polanski subì dunque da piccolissimo la sua prima grave perdita, quella della mamma che, a differenza di suo padre liberato dall’esercito russo, non fece più ritorno.
Roman, fin da tenera età, è affascinato da tutto ciò che è rappresentazione e messa in scena, ed il suo eclettismo lo porterà a ricoprire diversi ruoli, oltre a quello del regista, sia in teatro che nel cinema dove, come un certo Hitchcock, non disdegna camei ed apparizioni fugaci.
Il film preso in esame oggi, Rosemary’s Baby (1968), è una pellicola dura da digerire, angosciante, ancor di più se si tiene in conto il tragici episodio sopracitato, accaduto solo un anno dopo. Rosemary (Mia Farrow) e suo marito Guy Woodhouse (John Cassavetes), vanno ad abitare in un appartamento di New York, benché il palazzo di cui fa parte non goda d’una buona fama. Nel palazzo, infatti, vi aveva abitato lo stregone Adrian Marcato, noto per essere a capo di una congrega solita a riunirsi nell’appartamento preso in affitto dalla coppia, per riti satanici e per sacrifici umani.
I due giovani fanno amicizia con i vicini, Roman e Minnie Castevet, una coppia di anziani con l’abitudine di radunare ogni tanto strani individui.
Guy è un attore di non grande successo che, dopo aver conosciuto i Castevet, ottiene una parte importante a discapito di un suo più famoso rivale, divenuto improvvisamente cieco.
Rosemary, in una notte d’incubo, viene posseduta, durante un rito, da Lucifero stesso, evocato dalla coppia di anziani, d’accordo con il marito Guy. Scopriremo che Roman Castevet è in realtà il figlio dello stregone Marcato e che Guy, in cambio del successo professionale, dona il ventre della propria moglie al demonio. Rosemary scopre tutto ma nessuno è disposto a crederle, se non un suo amico che perderà la vita in un misterioso incidente.
Tutto il film può essere considerato una continua soggettiva della protagonista, non nella regia, ma dal punto di vista della narrazione. Polanski è dichiaratamente agnostico e, di conseguenza, decide di far risultare la storia non del tutto verosimile. Fa in modo che lo spettatore continui a chiedersi se effettivamente la versione raccontata dalla donna sia vera o meno, per poi invece, farci rabbrividire con un finale agghiacciante.
Il film fu un grande successo e proiettò Mia Farrow tra le stelle del cinema, ma le similitudini e le coincidenze che portarono all’episodio reale della morte della moglie di Polanski, da un valore ulteriore all’angoscia che la pellicola provoca allo spettatore.
Alla pari dell’Esorcista, Rosemary’s Baby è considerato uno dei film più spaventosi che siano mai stati girati.
 

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