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IL DIVO (2008) DI PAOLO SORRENTINO

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«[…] Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta. E invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta […]».
Questa è l’ipotetica confessione che Paolo Sorrentino mette in bocca a Giulio Andreotti nel suo film Il divo (2008), premiato a Cannes con il premio della giuria.
Il regista napoletano dimostra un notevole coraggio nell’accingersi ad affrontare la scrittura e la direzione di un film su di un personaggio come Giulio Andreotti. L’argomento non è facile da sviluppare per una lunga serie di motivi, ma la pellicola che realizza Sorrentino ha sicuramente messo d’accordo tutti sulla sua valenza artistica. Con questo suo quarto lungometraggio, il regista partenopeo dimostra di essere ulteriormente cresciuto e viene proiettato, grazie anche al riconoscimento ricevuto dalla giuria di Cannes, tra i più grandi registi che il nostro cinema abbia mai avuto. Il paragone con Elio Petri o con Francesco Rosi è d’obbligo. Come questi due grandi autori del recente passato, Sorrentino utilizza il cinema per indagare la nostra società, sia dal punto di vista politico, sia da quello storico, realizzando dei veri e propri capolavori stilistici.
L’argomento Andreotti viene trattato con caratteri forti, il personaggio viene costruito fino a farlo diventare una vera e propria caricatura di se stesso. Lo stesso sottotitolo del film, La spettacolare vita di Giulio Andreotti, fa capire già dai titoli di testa che l’intenzione del regista è di trattare l’argomento nel modo più “spettacolare” possibile. D’altronde, lo stesso Sorrentino dichiara apertamente di voler mettere in scena solo qualcosa di verosimile, senza nessuna pretesa che la sua versione dei fatti sia quella vera, e ciò lo scagiona da eventuali attacchi da parte di determinate forze politiche.
Toni Servillo, l’interprete, ci rimanda un personaggio al quale è impossibile non affezionarsi. La sua versione del Divo Giulio è esilarante. Mette in mostra tutte le manie del sette volte presidente del consiglio ed il suo spiccato humor. Allo stesso tempo, però, mette in scena anche lo spessore ed il peso politico che Andreotti impersonifica, ed il suo lato umano più nascosto quando racconta della sua reazione incontrollata alla notizia del rapimento di Aldo Moro.
Servillo e Sorrentino sono arrivati, con Il divo, al loro terzo film in coppia, dopo L’uomo in più (2001) e Le conseguenze dell’amore (2004); se mi è concesso dirlo, la coppia meglio riuscita del nostro cinema. Servillo, attivissimo a teatro, è ormai riconosciuto come il più grande attore di casa nostra che ci sia in circolazione e Sorrentino ha dimostrato di essere altrettanto per quanto riguarda la categoria dei registi. I due si sposano a pennello e riescono a dar vita a dei momenti di cinema che rimarranno pietre miliari della settima arte. Su tutti, da rivedere due monologhi dell’attore in due diversi film di Sorrentino: quello di Antonio Pisapia sul primo film del regista, e quello di Andreotti dal quale sono state estratte le parole con cui abbiamo iniziato quest’articolo.

 

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