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L’AMICO DI FAMIGLIA (2006) DI PAOLO SORRENTINO

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«Il mondo vi è stato dato solo in prestito. Io vi presto il mondo, quando ogni tanto lo perdete». Sono le parole di Geremia “Cuore d’oro” (Giacomo Rizzo), l’usuraio protagonista de L’amico di famiglia (2006), il terzo film di Paolo Sorrentino. Geremia de Geremei è un personaggio che sembra preso in prestito da un saggio di Lombroso, l’esatto connubio tra malvagità e deformazione fisica. Spesso il cinema, la letteratura ed ogni altra forma d’arte hanno preso in prestito le discutibili teorie del sociologo, e Geremia ha esattamente tutti i crismi necessari a confermarle. Occhi piccoli, fronte alta dovuta ad una stempiatura in fase avanzata, naso grande ed aquilino. La caratterizzazione del personaggio è stata curata nel dettaglio. I gesti, l’abbigliamento, l’assurdo fazzoletto di cotone che indossa in testa, nella sua sudicia casa, per prevenire le emicranie, sono tutti particolari che lo rendono quasi una caricatura.
Fotografia, movimenti di macchina e colonna sonora sono esaltanti. Una regia pulita, eppure moderna quella di Sorrentino, che firma anche soggetto e sceneggiatura.
Nelle parole di Geremia, nei pochissimi sprazzi di umanità che trapelano da questo mostro cinematografico, si annidano le parole, i pensieri, e l’osservazione del mondo del regista napoletano.
Tutti i personaggi protagonisti della pellicola, chi più chi meno, hanno un forte carattere negativo, negatività indissolubilmente legata alla visione del mondo di Sorrentino, che non dispensa la società della sua critica dissacrante. D’altronde, il protagonista del film è il denaro stesso e le vicende che accompagnano i personaggi sono tutte dettate dalla sete o dal bisogno di denaro. C’è la signora cinquantenne che vuole un prestito per affidare il suo corpo ad un chirurgo plastico; c’è la coppia di sposini che non rinunciano al loro stile di vita, pur dovendo dei soldi a Geremia; c’è la pensionata di settant’anni che fa un prestito di novemila euro per andare a giocare al Bingo; c’è Saverio, che deve organizzare il matrimonio di sua figlia Rosalba (Laura Chiatti), e la sua preoccupazione più grande è di non fare brutta figura con gl’invitati. Significativo il dialogo tra padre e figlia con lei che, saputo del ricorso del padre ai favori di un usuraio, dice di voler annullare tutto, ed il padre che le confessa che stava facendo tutto questo non per l’amore nei confronti di sua figlia, ma solo per un riscatto personale di una vita fatta di tanti sacrifici.
Si torna, ancora una volta, a riflettere sul consumismo, sul sogno americano, quello che palesemente ispira l’aiutante di Geremia, Gino (Fabrizio Bentivoglio), sempre vestito da Cow-boy, con la passione per il Country e con il sogno di andare a vivere nel Tennessee.
Gino sembra essere l’unico personaggio umano di tutto il film, l’unico che sembra dispiacersi del suo lavoro e che addirittura nasconde la signora del bingo nel proprio camper quando Geremia decide di volerla far fuori. Eppure, l’unica speranza che Sorrentino sembrava volerci dare, viene meno quando scopriamo che Gino lo tradisce, facendolo cadere in una truffa che gli farà perdere tutto.

 

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