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LUCKY LUCIANO (1973)DI FRANCESCO ROSI

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Nel 1946 il governatore di New York Dewey rispedisce in Italia come «indesiderabile» Salvatore Lucania, alias Lucky Luciano, boss indiscusso della criminalità italoamericana sin dal 1931, arrestato nel 1936 e condannato all’ergastolo dallo stesso Dewey, all’epoca n cui era procuratore distrettuale. A Napoli Luciano vive come un tranquillo e distinto gentiluomo, ma in realtà è a capo del traffico internazionale della droga, nonostante la Guardia di Finanza non lo perda un istante d’occhio, tra pedinamenti, perquisizioni e interrogatori continui. Alle Nazioni Unite il caso Luciano scatena polemiche tra l’americano Anslinger e il delegato italiano. E il capo dell’Ufficio Europeo del Narcotis Bureau. Charles Siragusa, inutilmente ricostruisce la complessa rete criminale che fa capo a Luciano per smascherarlo. Lucky Luciano, reticente e sornione, unico depositario dei suoi segreti, capace di tenere in scacco le istituzioni americane e italiane, morirà per cause naturali all’aeroporto di Napoli, stroncato da un infarto.
Un’altra splendida interpretazione di Gian Maria Volontè in coppia con Francesco Rosi dopo il grande successo de Il caso Mattei. Lucky Luciano (1973), però, non è stato accolto da pubblico e critica con lo stesso calore. Forse perché il personaggio preso in esame ha sicuramente meno fascino di Mattei, o forse perché in Lucky Luciano manca un elemento portante nella sceneggiatura che nel film sull’imprenditore marchigiano aveva molto funzionato: l’enigma, la fase di una ricerca di una verità scomoda che solo dopo lungo tempo è venuta alla luce.
Rosi sembra aver assunto nei riguardi del cinema, in questa fase della sua carriera, un atteggiamento più sfumato, da uomo del mestiere, più sottile e flessibile, anche rispetto all’ideologia che sente propria.. Ecco, dunque, il Rosi creativo, il Rosi artista, farsi avanti più decisamente rispetta alla fase precedente della sua filmografia. È un momento di passaggio, infatti, in cui i cambiamenti detti lo fanno apparire come più moderato, meno arrabbiato, ma comunque sempre rispettoso di quella che potrebbe essere definita come la missione della sua arte: la ricerca della verità.
In altre parole prosegue il suo discorso sul potere, stando ai dati concreti e storicamente riconoscibili in cui questo si manifesta, ma facendo anche appello alla propria intuizione per ricostruire gli aspetti più misteriosi e inafferrabili dei suoi personaggi.
In Lucky Luciano, Rosi rende del tutto esteriori certi aspetti dell’approccio alla realtà che caratterizzavano la prima fase della sua carriera, quali la rottura dell’ordine cronologico e la descrizione ambientale.
L’ordine cronologico non è neanche qui del tutto rispettato ma lo stacco riguarda solo la prima parte e non si discosta molto dal classico flashback, volto esclusivamente a ricostruire l’antefatto. Allo stesso modo la descrizione ambientale resta limitata all’inserto convenzionale sull’America di quegl’anni e sulla Napoli del dopoguerra.
Un Rosi, quindi, più “manierista”, se vogliamo, che però non perde occasione, anche in questa pellicola, di analizzare la corruzione ed i forti legami tra politica e malavita organizzata, legami che operano, ancora una volta, su scala mondiale.

 

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