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I QUATTROCENTO COLPI (1959), DI FRANCOIS TRUFFAUT

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Torniamo in Europa. In questo mese scomoderemo un personaggio che ha contribuito a fare la storia del cinema ed ancor di più a cambiarla: Francois Truffaut. Dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso, come evoluzione, se vogliamo, del neorealismo italiano, nasce, in Francia, la Nouvelle Vague, un movimento di nuovi registi, che vengono in parte dal mondo dei cortometraggi, in parte dal mondo della critica. Francois Truffaut è uno di questi ultimi ed è stato, al tempo stesso, teorico, critico ed uno dei maggiori autori di questa nuova tendenza.

La Nouvelle Vague rompe con gli schemi del cinema commerciale di quel periodo. I film vengono girati in maniera artigianale, al di fuori di studi e teatri di posa. Questi nuovi autori considerano il cinema un’arte, un linguaggio e un mezzo di espressione, non uno spettacolo od un semplice mestiere. Di conseguenza, quasi sempre, la sceneggiatura viene scritta dal regista stesso cosicché i grandi soggetti vengono sostituiti, se vogliamo, da aneddoti poiché gli autori badano di più ad esprimere se stessi che a conquistare il pubblico. Girati per strada, senza illuminazione supplementare, i film abbandonano l’estetica molto elaborata degli studi per uno stile semplice, leggero e realista. Tutti i nuovi cineasti francesi, dunque, filmano per strada, come Rossellini aveva iniziato a fare anni prima, pensando ad Hitchcock ed a Hawks, tenendo Hollywood come faro di riferimento, ma la “maniera” è quella del neorealismo italiano. Per citare due grandi film di questo movimento, dovendo per forza far torto a tanti altri titoli degni di nota, scegliamo Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard e I quattrocento colpi (1959), il primo lungometraggio realizzato da Francois Truffaut, con il quale vinse anche il Grand prix de la mise en scène al Festival di Cannes. La storia è molto attuale. È una storia di disagio giovanile, di devianza dalle regole sociali di un adolescente che si trova ad affrontare una crisi familiare contro la quale non può nulla. L’unica sua arma è la fuga, l’evasione, il rifiuto delle regole e dell’autorità delle figure adulte che lo circondano. Antoine arriverà a compiere un furto che lo porterà ad essere consegnato alla polizia dal padre stesso; passerà una notte in guardina in compagnia di prostitute e rapinatori, per poi essere spedito in un istituto. Dall’istituto Antoine fuggirà ed arriverà, alla fine della sua fuga, a vedere il mare, che non aveva mai visto prima. A voler definire in poche parole di che tratta il film, si potrebbe dire che I quattrocento colpi è un poema sulla solitudine di un ragazzo che sconta nell’angoscia l’indifferenza e l’ingiustizia di un mondo di adulti, incapaci di comprenderlo e di aiutarlo. Come il giovane Edmund, il protagonista di Germania anno zero di Rossellini, anche Antoine è un essere vulnerabile in balia delle difficoltà dell’esistenza e privo dell’esperienza necessaria a contenere l’ostilità. Al pari di Edmund, Antoine intraprende una solitaria battaglia contro l’indifferenza del mondo; come lui è costretto a pagare di persona per colpe che non sono sue. Ma se Edmund è la vittima di una società che non ha saputo opporsi al nazismo e che non trova la forza per uscire dal disorientamento che segue alla disfatta, Antoine è soprattutto un prigioniero della propria età.

 

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