You are here: Home CRITICA CINEMATOGRAFICA SEVEN (1995) DI DAVID FINCHER

SEVEN (1995) DI DAVID FINCHER

E-mail Stampa PDF

La penombra come costante della direzione della fotografia. Scenografie che suscitano un senso di confusione, nausea, disordine, disgusto. Un ritmo di fondo lento, che s’impenna di tanto in tanto, man mano che vengono scoperti cadaveri e messaggi lasciati dall’assassino. Una coppia di “sbirri”, un giovane detective (Brad Pitt) ed uno al suo ultimo incarico prima della pensione (Morgan Freeman), entrambi con dei risvolti caratteriali tali da renderli quasi antieroi.

Un criminale (Kevin Spacey), al quale non è possibile non riconoscere intelligenza, costanza e, se vogliamo, una moralità che lo porterà ad atti estremi, ad omicidi efferati.
Tutte caratteristiche che fanno di Seven (Se7en, 1995) un noir di pregevole fattura, rispettoso di tutti crismi che possano far rientrare questa pellicola nell’ambito di questo genere.
Tutte caratteristiche, inoltre, che identificano lo stile di David Fincher, soprattutto per quel che riguarda fotografia e sceneggiatura. In Fight Club (1999), in Panic Room (2002), in Alien III (1992), in Zodiac (200X), si può immediatamente riconoscere l’impronta del regista americano, uno stile che richiama e ricorda quello degli espressionisti tedeschi del cinema muto, Anche nel suo penultimo film, Lo strano caso di Benjamin Button (200X), del quale parleremo nel prossimo numero, seppur venga affrontata una sceneggiatura diversa da quelle fin qui dirette da Fincher, la sua mano è sempre ben riconoscibile.
Ma torniamo a Seven. Il titolo innanzitutto: gola, avarizia, accidia, invidia, superbia, lussuria, ira. Sette sono i peccati capitali; sette saranno gli omicidi del serial killer. Anzi, saranno sei. Ma il suo folle progetto, forse, troverà comunque compimento.
Il film interseca le vite private dei suoi protagonisti, con gli eventi legati a questa serie di omicidi. Il richiamo ai sette peccati capitali, porterà i due poliziotti ad indagare anche su loro stessi, sul loro passato e sul loro attuale atteggiamento alla vita. Rifletteranno sulle negatività della società, diverranno consapevoli che, al di là del loro lavoro, al di là della ricerca di un assassino, c’è una società che non funziona, una società  nella quale la superbia vs. l’accidia, la gola vs. l’avarizia, sono deviazioni dell’umanità, portate ad estreme conseguenze. E tutta la ricerca su testi antichi come La divina commedia, o The Canterbury Tales, porterà i due poliziotti a riflessioni più profonde, ad una più netta distinzione tra Bene e Male, ad un diverso atteggiamento al loro lavoro ed alla vita.
Di contro troviamo l’impersonificazione del Male in un solo uomo, un omicida che in nome di un’etica latente, si innalza a giudice delle vite delle sue vittime, perdendo di vista la propria integrità. E da questo punto di vista, Spacey da una parte, Pitt e Freeman dall’altra, sono due facce della stessa medaglia. Come il killer, in nome di una retta condotta che la società non sa più tenere, s’investe di un compito che in realtà non gli compete, così i due detective, si trovano a dover fare qualcosa di più del semplice far rispettare la legge; si troveranno a dover inseguire e giudicare un uomo che, in fondo, rispettano, nel quale si riconoscono; anch’essi eretti, dal proprio distintivo, a giudici dell’umanità, seppur nella sua dimensione quotidiana.

 

 

SEGUIMI SU TWITTER

CONDIVIDI

Facebook

Symbol
CRITICA CINEMATOGRAFICA